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Patrimonio pubblico: bene inalienabile necessario alle pensioni, necessario al Paese PDF Stampa E-mail

 

Torniamo oggi sul tema della sostenibilità del sistema pensionistico del nostro Paese.

L’ultima manovra sulle pensioni ha previsto la soppressione dell’Inpdap con attribuzione delle relative funzioni all’Inps, oramai divenuto l’unico ente di previdenza dei lavoratori dipendenti del settore privato e pubblico. In questo modo, il già importante disavanzo dell’Inps (rilevato nell’editoriale del 4 novembre 2011) si è incrementato del disavanzo del soppresso Inpdap, stimabile in 9-10 miliardi di Euro per il 2011 [1], ma con trend crescente. Alla luce di ciò non comprendiamo affatto da dove traggano origine le frequenti esternazioni del Presidente dell’Inps in merito alla presunta tenuta dei conti dell’Ente nel medio lungo periodo.

In realtà i conti dell’Inps non sono affatto in ordine. I dati contenuti nei bilanci dimostrano che la spesa corrente per il pagamento delle pensioni è ben lungi dall’essere finanziata dai soli contributi correnti, come è evidentemente necessario per un ente con i conti in ordine. L’Ente necessita, infatti, di rilevantissimi trasferimenti pubblici aggiuntivi anche per coprire la spesa per il pagamento delle pensioni, oltre che per pagare la spesa assistenziale. Trasferimenti pubblici che, nel futuro, saranno sempre più difficili da effettuare a causa di problemi non solo di tipo economico, ma anche di tipo demografico.

Dal ’92 ad oggi sono stati effettuati sul Sistema pensionistico italiano almeno 15 interventi, molti dei quali “pomposamente” spacciati come riforme, per togliere agli stessi lo sgradevole ed amaro sapore di tagli di spesa effettuati in “zona cesarini” per l’evidente impossibilità del Sistema di far fronte alla spesa corrente, tagli che denotano l’incapacità di una efficace programmazione della spesa pensionistica.

Di effettive riforme del nostro Sistema pensionistico ne abbiamo contate una sola, quella del ’95.

Anche l’ultima riforma pensionistica si inserisce nella scia delle “riforme taglia spesa”.

Nell’editoriale del 4 novembre 2011 abbiamo stimato che i conti del Sistema pensionistico italiano comportano “un buco attualmente di oltre 40 miliardi coperto dallo Stato”.

La crisi economica ha reso problematica la copertura di tale buco e, quindi, è stata introdotta una nuova “riforma taglia spesa” nel mese di dicembre 2011. Tutto ciò malgrado il fatto che il Presidente dell’Inps avesse proclamato chiuso il cantiere della previdenza in più occasioni.

Sarebbe bene che il Presidente dell’Inps desse adeguato risalto nei bilanci dell’Ente al fatto che il Fondo Pensione Lavoratori Dipendenti (FPLD), il principale fondo pensionistico gestito dall’Ente, necessita di trasferimenti pubblici, aggiuntivi rispetto ai contributi che incassa, nell’ordine di oltre 24 miliardi di Euro l’anno. Cifra che corrisponde ad una importante manovra finanziaria.

E’ giunta l’eco di “apprezzamenti dall’estero” del nostro Sistema pensionistico rispetto ai quali dovremmo essere, secondo qualcuno, orgogliosamente sensibili, peccato che tali apprezzamenti siano rivolti da personaggi di cui non si conosce l’effettiva competenza specifica, ma solo quella virtuale derivante dal ricoprire cariche di prestigio in organismi internazionali, cariche che peraltro non appaiono direttamente correlate con le problematiche pensionistiche.

A titolo di esempio di elogi “poco meritati” ricordiamo che la normativa recentemente varata in Italia, ed “elogiata dall’Europa”, relativa all’allungamento del periodo lavorativo a seguito dell’aumento dell’aspettativa di vita all’età di pensionamento, sia pure corretta nelle intenzioni, è stata attuata in modo tecnicamente non corretto, anche rispetto alle stesse indicazioni contenute nel Libro verde della Commissione europea (si veda al proposito l’editoriale “Equità intergenerazionale prospettiva e retrospettiva").

Va da sé che ogni intervento di taglio di spesa risulta “migliorativo della sostenibilità”. Il problema è che dopo la n-esima riforma ci si aspetta che non ci sia più bisogno di ulteriori pesanti tagli di spesa, ma tutt’al più di ritocchi. La continua necessità di consistenti tagli di spesa dimostra, invece, che c’è un problema di fondo da risolvere nella capacità di programmazione della spesa pensionistica futura. Problema che deriva dal fatto che il sistema pensionistico italiano ha accumulato, negli anni, disavanzi derivanti da pensioni “regalate rispetto ai contributi versati”. Si è andati avanti per lungo tempo, ponendo l’enorme ammontare di spesa pensionistica non coperta dalle entrate contributive a carico della fiscalità generale contribuendo, in questo modo, a dilatare il debito pubblico: il “gioco” è andato avanti fino allo stop europeo, peraltro prevedibile.

Ma non solo dobbiamo far fronte a pensioni esagerate, che graveranno per molti anni sui conti pubblici oltre che su quelli dell’Inps, c’è anche il rilevante problema della enorme onda demografica presente nella struttura della popolazione italiana, che i Riformatori del ’95, convinti “sostenitori della ipotesi economico-demografica di steady state”, hanno ignorato, onda demografica che, invece, costituisce una plateale violazione della condizione di steady state stessa. La condizione di steady state, infatti, comporta la stabilità del rapporto tra pensionati e attivi nel corso del tempo, fatto problematico in presenza di un'onda demografica il cui transito nella fascia di età di pensionamento determina, di norma, un aumento del numero di pensionati per attivo. L'assunzione dell'ipotesi di steady state, però, assieme al fatto di riconoscere un adeguato tasso di rendimento ai contributi versati dagli iscritti, comporta l'indubbio vantaggio di poter stabilire la sostenibilità di un sistema pensionistico con una gestione a ripartizione pura, ovvero realizzando l’equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni, applicando un'aliquota contributiva costante.

L’onda demografica, all’epoca della Riforma del ‘95, era già perfettamente formata.

Probabilmente i Riformatori hanno ritenuto che la Riforma avrebbe consentito di “immunizzare” [2] i drammatici effetti del transito di questa enorme “onda demografica” nella fascia di età di pensionamento. Tale convincimento è, infatti, tuttora pienamente in voga: non ci risulta che ci sia alcun esperto che ne abbia negato la validità.

Noi, invece, riteniamo che per far fronte all’onda demografica sia assolutamente necessaria la disponibilità di un’adeguata riserva patrimoniale [3] per evitare di giungere nel futuro a pensioni da fame, peraltro determinate da continue “riforme taglia spesa”.

Riteniamo che il patrimonio pubblico sia l’unico strumento realisticamente in grado di fornirla e debba pertanto essere assegnato a tutela del welfare presente e futuro, in particolare delle pensioni.

Il patrimonio pubblico, per larga parte rappresentato da beni culturali retaggio della nostra storia e cultura, costituisce una risorsa reale del Paese che, assieme alle sue altre realtà economiche, il Paese contrappone alla “vorace rapacità” dei cosiddetti “Mercati finanziari”.

“Mercati finanziari” che costituiscono, oggi, una realtà dai contenuti sempre più spesso puramente speculativi: soldi finalizzati solo a fare soldi. E’ bene che la finanza non strangoli l’economia reale perché, altrimenti, è necessario che si provveda a “riequilibrare” il ruolo della finanza.

Si torna, invece, con insistenza a parlare di dismissione del patrimonio pubblico per ridurre il debito pubblico, secondo quanto richiesto dall’Europa. E’ evidente che tale richiesta, che riteniamo corretta e legittima, sia pure in un contesto europeo di paritari obblighi di equilibrio economico per tutti gli stati membri, cade in un periodo di grande difficoltà economica, in cui l’unica risorsa che appare essere in grado di farvi fronte è il patrimonio pubblico. Riteniamo che ciò non sia né giusto, né necessario.

Negli ultimi anni anche la Corte dei Conti ha più volte analizzato e quantificato i fenomeni di evasione e corruzione. Di tali fenomeni l’opinione pubblica è pienamente consapevole. La loro valenza economica per il nostro Paese è stimabile in una cifra non inferiore a 100 miliardi di Euro annui ed è quindi in grado di fornire quelle disponibilità economiche necessarie per finanziare il progressivo abbattimento del debito pubblico italiano.

E’ ben lungi da noi l’intenzione di creare allarme sociale su temi sensibili come quello delle pensioni, riteniamo, però, che sia un nostro preciso dovere, ragionando in termini di interesse generale, fare in modo che tali temi siano affrontati in modo corretto e con competenza.

Riteniamo che l’atteggiamento assunto dall’attuale Governo rispetto al problema delle pensioni sia ben lungi da quello che sarebbe necessario. Tale atteggiamento, di cui peraltro si trova chiara esplicitazione nelle “Dichiarazioni programmatiche del Presidente del Consiglio Mario Monti, al Senato della Repubblica” del 17 novembre 2011, consiste nell’aspettare fiduciosamente lo steady state, o stato a regime, stato verso il quale i sistemi pensionistici inevitabilmente tenderebbero, peraltro senza indicazioni sul “come e quando”. Naturalmente la posizione assunta è molto comoda, basta aspettare, non c’è bisogno di fare nulla, non c’è bisogno di contrastare i drammatici effetti, in termini di sostenibilità e adeguatezza, dell’onda demografica. Salvo, poi, dover intervenire con nuove “riforme taglia spesa”.

Questo atteggiamento la dice lunga sulla volontà e sull’effettiva competenza di chi sta gestendo il sistema pensionistico.

 

 

Con questa evoluzione della struttura demografica si può ipotizzare la stabilità del rapporto tra pensionati e attivi, oppure ci si deve aspettare un considerevole aumento del numero di pensionati per attivo?

Chi assume l’ipotesi di steady state per stabilire la sostenibilità del sistema pensionistico italiano, ragiona ipotizzando la stabilità di tale rapporto.

 

30-06-2012

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[1] Fonte: elaborazione sulla base dei dati del bilancio di previsione dell'Inpdap per l'anno 2011.

 

[2] Dopo anni di riforme abortite, è difficile non vedere i passi avanti che la riforma previdenziale del 1995 ha permesso sotto il profilo dell’immunizzazione del sistema previdenziale rispetto agli shock demografici.....”. Fonte: Commissione per l’analisi delle compatibilità macroeconomiche della spesa sociale”, (28 febbraio 1997), “Relazione finale”.

 

[3] Si vedano, al proposito, le seguenti pubblicazioni:

Angrisani M., (2006), Funded and unfunded systems: two ends of the same stick, 28th Iternational Congress of Actuaries, ICA2006, Parigi, Francia, 28 maggio - 2 giugno 2006.

Angrisani M., (2008), The logical sustainability of the pension system, Pure Mathemathics and Applications, vol. 19, pp. 67-81.

Angrisani M., Di Palo C., (2011), A necessary sustainability condition for partially funded pension systems, Atti del XII Management International Conference, Portorož, Slovenia, 23-26 novembre 2011.

Angrisani M., Di Palo C., (in corso di pubblicazione), The problem of the baby boom generations retirement, Fifth International Conference MAF 2012 – Mathematical and Statistical Methods for Insurance and Finance , Venezia, 10-12 aprile 2012.

Angrisani M., Di Palo C., (in corso di pubblicazione), An extension of Aaron's sustainable rate of return to partially funded pension system, International Journal of Sustainable Economy (IJSE), Vol. 4, No. 3, 2012.

 


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