Riferimenti

Equità intergenerazionale prospettiva e retrospettiva PDF Stampa E-mail

 

Il discorso della sostenibilità riguarda l’intero sistema pensionistico obbligatorio italiano.

L’equità deve costituire un presupposto imprescindibile nella sua gestione, in quanto le pensioni sono pagate dai contributi correnti di chi è attivo.

Tale sostenibilità è, quindi, basata sulla solidarietà intergenerazionale.

Oggi chi sta contribuendo deve pagare pensioni che risultano palesemente superiori a quella che lui stesso percepirà pagando, peraltro, contributi ben superiori a quelli pagati da un attuale pensionato.

Il sistema deve essere basato sulla solidarietà e non, come qualcuno crede, sulla “ottusità intergenerazionale”.

Il sistema è ricco di pensioni che risultano “regalate” rispetto ai contributi versati.

Senza troppi scrupoli di equità intergenerazionale, varie categorie si sono costruite “pensioni d’oro” regolarmente “scaricate”, e per lungo tempo, sulla fiscalità generale.

Questo fatto, insieme con una generalizzata generosità del sistema, ha determinato un debito previdenziale che può essere stimato ben superiore al debito pubblico. Diciamo “può essere stimato” perché la sua entità, o meglio gli elementi necessari per la sua valutazione, assieme alla previsione dei futuri disavanzi strutturali tra entrate contributive e spesa per pensioni a carico della fiscalità generale, costituiscono oggi un mistero.

Ciò deve essere tenuto in adeguato conto da chi considera il sistema pensionistico svedese un esempio da imitare. Al proposito, ricordiamo che nel sistema svedese non esiste solo la “busta arancione” che informa ciascun contribuente sul proprio credito pensionistico, ma esiste anche l’Orange Report che fornisce una chiara rappresentazione delle condizioni di salute dell’intero sistema.

In materia di sostenibilità, nell'editoriale del 4 novembre 2011 abbiamo rilevato come, nonostante le rassicurazioni piuttosto sorprendenti dei presidenti dell’Inps e dell'Inpdap, i conti di tali Enti presentino notevoli disavanzi, peraltro crescenti, coperti da altrettanto notevoli trasferimenti pubblici.

Non occorre dilungarsi troppo sull'attendibilità di tali rassicurazioni. I fatti parlano da soli.

La situazione attuale di grande difficoltà dei conti pubblici e, quindi, l’oggettiva difficoltà da parte dello Stato di operare i trasferimenti necessari a “tappare” tali buchi, ha prodotto una manovra “salva Italia” che, prima di tutto, taglia la spesa pensionistica attuale e futura. Di fatto, l’aumento dell’età pensionabile ed il blocco totale o parziale dell’indicizzazione ai prezzi dell’importo della pensione, non costituiscono altro che un taglio delle stesse pensioni.

Purtroppo, riteniamo che interventi di taglio della spesa pensionistica dovranno continuare anche in futuro, pur in presenza di regole di calcolo di tipo contributivo e a prescindere dalle regole stesse.

In altre parole, riteniamo che l’adozione del sistema contributivo “erga omnes” non tutelerà, di fatto, le future pensioni da tagli, anche rispetto agli importi previsti nel sistema contributivo stesso.

Il Paese, infatti, si trova a dovere affrontare una situazione eccezionale di crescita della spesa pensionistica derivante dalla cosiddetta “onda demografica” nella peggiore condizione possibile: a fronte di una popolazione attiva e contribuente calante, affetta da rilevanti problemi di produttività economica, non solo non ha accantonato le risorse necessarie a fronteggiarla, come sarebbe stato necessario, ma ha contratto un indebitamento pensionistico straordinariamente elevato a causa dell’eccezionale generosità passata del sistema. Tale generosità ha comportato, comporta e comporterà ancora per parecchie decine di anni, pesanti interventi di ripianamento della spesa da parte dello Stato, interventi che, come abbiamo potuto verificare nei fatti, risultano difficilmente sostenibili.

Non è vero che l’introduzione del sistema di calcolo contributivo consente l’attuazione di un’equità intergenerazionale, per lo meno in senso retrospettivo, cioè rispetto a quanto elargito o promesso in passato nel sistema retributivo e oggi tutelato. Tutt'al più si può parlare di un’equità prospettiva, cioè rispetto alle pensioni maturate nel sistema contributivo, pensioni che senza adeguati interventi pubblici saranno pensioni da fame.

Al fine dell’effettiva realizzazione di un’equità intergenerazionale, anche in senso retrospettivo, si dovrebbe partire dal ricalcolo contributivo delle pensioni maturate nel precedente sistema retributivo.

Per affrontare il discorso dell’equità in maniera realistica, e non solo a parole che come abbiamo ampiamente verificato lasciano il tempo che trovano, ci sono alcune fondamentali misure da adottare in termini di miglioramento delle future pensioni.

Prima fra tutte, quella di fare ricorso, come abbiamo dichiarato nel precedente editoriale, al patrimonio pubblico. Tale patrimonio costituisce l’unica risorsa disponibile, e dimensionalmente significativa, rispetto ad una spesa del rilievo di quella pensionistica, in grado, sia pure parzialmente, di poterla supportare.

Occorre, altresì, modificare la regola sul rendimento riconosciuto sui contributi pensionistici prevista nel vigente sistema contributivo, regola che, essendo basata sul tasso di variazione del Pil nominale, “scarica” il tasso di variazione del numero dei lavoratori, “contenuto” nel tasso di variazione del Pil nominale, sul rendimento riconosciuto a tali contributi. Tale variazione, che già risulta negativa, manifesterà questa tendenza, quasi sicuramente per lungo tempo, anche nel futuro a causa delle sopra ricordate condizioni demografiche ed economiche, incidendo negativamente sul tasso di rendimento riconosciuto sui contributi pensionistici e contribuendo a formare pensioni da fame.

E’, inoltre, necessario cambiare la regola di adeguamento dell’età pensionabile.

L’Europa ha richiesto, in materia di innalzamento dell’età di pensionamento, che ci si attenesse ad un criterio tale da “equilibrare” il periodo di attività lavorativa con il periodo di pensionamento.

L’Italia, tuttavia, in un anelito di strafare, con l’evidente obiettivo di risparmiare risorse, ha previsto che tutti i miglioramenti dell’aspettativa di vita, rispetto all’età di 65 anni, dovessero tradursi in aumenti del periodo lavorativo, introducendo, quindi, una norma che evidentemente in modo sistematico tende a squilibrare il rapporto tra le due durate a favore di quella lavorativa.

Tralasciando la coerenza tra l’indicazione Europea e la sua “realizzazione italiana”, ma limitandosi alla valutazione di quest’ultima sotto il profilo puramente tecnico, è da osservare che tale norma pare prevedere che i miglioramenti dell’aspettativa di vita da considerare ed applicare sono quelli relativi all'età di 65 anni e non quelli relativi all'età di pensionamento vigente al momento in cui questi miglioramenti sono valutati e da applicare. In tal modo, sono da considerare come miglioramenti dell’aspettativa di vita all'età di pensionamento, anche quelli intervenuti prima del pensionamento e, cioè, nella fascia di età compresa tra 65 anni e l’età di pensionamento stessa.

Ricordiamo da ultimo che, ad onore del vero, la legge 247/07 ha introdotto il concetto di equità predisponendo che “...Il Governo procede con cadenza decennale alla verifica della sostenibilità ed equità del sistema pensionistico con le parti sociali...”.

Parole inutili, non avendo contestualmente definito, in senso operativo, il concetto stesso di equità.

10-01-2012

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