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Casse professionali, patrimoni e sostenibilità PDF Stampa E-mail

 

Il discorso della sostenibilità riguarda l’intero sistema pensionistico obbligatorio italiano.

Parliamo delle Casse professionali che di tale sistema fanno parte.

Il discorso sulla sostenibilità, come già rilevato, è un discorso complesso sia a livello logico che tecnico.

Lascia più che perplessi la soluzione che intende dare al problema della sostenibilità delle Casse il cosiddetto decreto “salva Italia”, che prevede l’obbligo di assunzione del metodo di calcolo di tipo contributivo, nonché la richiesta di equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni.

Vediamo perché.

Siamo d’accordo sulla necessità di introdurre il metodo di calcolo contributivo, anche se in taluni casi, come per le Casse a numero chiuso di accessi, più che da necessità tecniche tale esigenza appare dettata da motivi di omogeneità.

Bisogna chiarire, tuttavia, che l’applicazione del metodo di calcolo contributivo si concretizza con la definizione di due grandezze fondamentali: il tasso di rendimento da riconoscere sul risparmio previdenziale e l’aliquota contributiva.

Deve essere chiaro che, per affrontare in modo efficiente il problema della sostenibilità, è necessario che la definizione di tali grandezze sia legata alla situazione specifica di ciascuna Cassa.

E’ necessario, in particolare, conoscere l’indebitamento previdenziale che la Cassa presenta rispetto agli impegni pensionistici assunti, non solo in termini di valore, ma anche e soprattutto in termini di flussi futuri di spesa in relazione alla distribuzione demografica dei suoi iscritti.

Tale conoscenza è necessaria per stabilire il livello minimo di aliquota contributiva che la Cassa deve applicare per garantire la sua sostenibilità futura: l’aliquota contributiva da applicare deve essere collegata alla necessità di fare fronte al debito già maturato oltre che alla necessità di fornire prestazioni adeguate.

Fondamentale, poi, ai fini della sostenibilità della Cassa, è il tasso di rendimento che questa riconosce al risparmio previdenziale degli iscritti. La scelta di un rendimento pari a quello previsto per il sistema generale obbligatorio, ovvero pari al tasso di variazione medio quinquennale del PIL, appare assolutamente inefficiente, in quanto si deve considerare che quest’ultimo potrà risultare molto contenuto, se non addirittura negativo in taluni periodi, e che le Casse beneficiano di rendimenti provenienti da cospicui patrimoni.

Il rendimento deve essere efficiente, cioè deve essere il rendimento massimo erogabile compatibile con la sostenibilità dell’Ente.

Tale rendimento non può prescindere, come ampiamente dimostrato in diversi lavori di tipo scientifico, dalle caratteristiche specifiche della Cassa quali, il rendimento effettivo prodotto dal patrimonio e l’effettiva capacità di crescita reddituale della categoria professionale[1].

Questi sono gli ingredienti che servono a determinare il "rendimento sostenibile" ed efficiente che la Cassa può riconoscere al risparmio previdenziale dei propri iscritti.

Preme sottolineare che l’applicazione di tale rendimento costituisce la strada per determinare la “sostenibilità logica” della Cassa, ovvero una sostenibilità non basata sulle previsioni attuariali e, quindi, subordinata al loro verificarsi, ma una sostenibilità basata sugli effettivi andamenti delle variabili che servono a determinarla.

Una sostenibilità, dunque, di natura certa e non eventuale quale quella prevista nel decreto “salva Italia” basata sulle previsioni del bilancio tecnico sviluppate con riferimento ad un arco temporale di 50 anni.

Si ritiene che questo sia l’unico modo corretto per affrontare il problema della sostenibilità in termini di equità intergenerazionale.

Naturalmente questo fatto “taglia le gambe” alla possibilità di fornire promesse pensionistiche irrealistiche, supportate sia da previsioni ottimistiche che da inadeguate e, talvolta, anche erronee modalità di controllo quali quelle attualmente previste.

Lascia, inoltre, perplessi la previsione normativa che il decreto “salva Italia” introduce ai fini della sostenibilità imponendo l’obbligo dell’equilibrio tra entrate contributive e spesa per prestazioni.

E’ evidente che tale condizione non è affatto necessaria per garantire la sostenibilità di una Cassa.

Basti pensare che per le Casse professionali gestite secondo la logica finanziaria della capitalizzazione, tale aspetto non ha alcuna rilevanza. Questi Enti, infatti, debbono accantonare quanto serve per far fronte alle prestazioni presenti e future - sia pure nell’ottica attuariale della riserva -  e non hanno quindi l’esigenza di coprire la spesa corrente con i contributi correnti.

Al proposito, vale la pena ricordare che le Casse private, di cui al Dlgs 103/96, debbono essere gestite, secondo la normativa vigente, in base alla logica della capitalizzazione.

A questo punto è lecito chiedersi come, per tali Casse, si possa contemperare l’attuale normativa di controllo con quella introdotta dal cosiddetto “decreto salva Italia”.

Si possono determinare situazioni paradossali.

L’incoerenza normativa introdotta dal “decreto salva Italia” riguarda anche le Casse di “vecchia” generazione.

E’ evidente, anche alla luce dell’ordinario buonsenso, che una Cassa che presenti un patrimonio a copertura, sia pure parziale, del debito pensionistico deve considerare tale patrimonio nella sua valutazione di sostenibilità.

E’, inoltre, evidente che l’utilizzo dei rendimenti del patrimonio, nonché del patrimonio stesso, debbano essere considerati possibili ai fini della copertura della spesa previdenziale. Si ritiene che, per garantire la sostenibilità, le Casse debbano avere la possibilità di scegliere, per esempio in presenza di situazioni di squilibrio demografico come quelle derivanti dal pensionamento degli iscritti legati alla generazione del baby boom, se fare ricorso a tale possibilità oppure ad incrementi di aliquota contributiva e/o a contrazioni del rendimento.

Naturalmente l’utilizzo del patrimonio deve essere subordinato al rispetto di adeguati ed efficaci indicatori di sostenibilità che, peraltro, si rileva sono assenti nel panorama normativo di riferimento delle Casse di previdenza (si veda “The logical sustainabilty of the pension system” per un approfondimento tecnico sugli indicatori di controllo di sostenibilità che risultano efficienti nei sistemi pensionistici con una dotazione patrimoniale, ovvero per i “partially funded pension systems”).

Da ultimo, riguardo alla sostenibilità si ricorda quanto previsto nella “previdenzialmente”, e non solo, “civilissima” Svezia, nella quale lo stesso sistema generale obbligatorio è dotato di una riserva, il cosiddetto buffer fund, riserva che è stata istituita appositamente per ammortizzare, senza fare ricorso ad incrementi di aliquota contributiva, gli effetti sulla spesa di un’onda demografica che risulta, peraltro, di entità ben più contenuta di quella che interesserà il sistema pensionistico obbligatorio italiano. Vale altresì la pena di ricordare che il sistema pensionistico di tale Paese prevede, come indicatore di sostenibilità, il balance ratio, basato anche sul buffer fund, ovvero sul patrimonio disponibile.

21-12-2011

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[1] Jean Berthon, ex Presidente dell’Associazione Internazionale degli Attuari, in “LE 28E CONGRÈS INTERNATIONAL DES ACTUAIRES QUELQUES ENSEIGNEMENTS”, rileva “…… On remarquera plus particulièrement « Funded and unfunded systems - two ends of the same stick », d'Angrisani, papier assez innovant, démontrant l'existence d'une sorte de continuum entre la répartition et la capitalisation, dans la lignée des travaux de Picot. Les auteurs prouvent que si la rentabilité des actifs des caisses de retraite est fonction de celle du marché financier, d'une part, et du taux de croissance des salaires, d'autre part, il existe un niveau maximal de couverture des engagements permettant d'assurer dans le temps la pérennité du système .......”.

 


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