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Patrimonio pubblico a tutela delle pensioni PDF Stampa E-mail

 

Circolano negli ultimi tempi dichiarazioni, peraltro poco documentate, che attestano come il sistema pensionistico italiano grazie, in particolare, all’attuata riforma di tipo contributivo, non solo non avrà problemi di sostenibilità nel futuro (qualcuno prudentemente aggiunge quando sarà “a regime”), ma sarà anche in grado di garantire prestazioni adeguate, purché si lavori qualche anno in più che nel passato.

La situazione è ben lungi dal presentarsi in questi termini.

In materia di adeguatezza dobbiamo osservare che la formula di calcolo di tipo contributivo della pensione è particolarmente sensibile all’aumento dell’età di pensionamento, cioè in teoria può prevedere un rilevante aumento della prestazione come conseguenza dell’aumento dell’età di quiescenza. Tuttavia, un conto è una regola di calcolo, ben altro conto è la sua effettiva attuazione. Per pagare pensioni adeguate non basta fornire una regola di calcolo, ma bisogna verificare come tale regola sia effettivamente attuabile nella realtà dei fatti.

Prima di tutto bisogna verificare che si determini la disponibilità finanziaria con la quale fare fronte nel medio periodo alla spesa relativa al pagamento delle pensioni incrementate a seguito dell’aumento dell’età di pensionamento.

Bisogna, infatti, considerare che nell’ambito del sistema contributivo la contrazione di spesa pensionistica derivante dall’aumento dell’età di pensionamento è solo temporanea. Nel corso degli anni successivi le pensioni, pure ridotte in numero, aumentano in modo rilevante d’importo, con un effetto di incremento di spesa che risulta molto più che compensativo rispetto al primo effetto di riduzione.

Chiariamo subito che per determinare tale capacità di spesa, anche per un sistema a regime, cioè in condizioni di crescita economica stabile e di stabilità demografica, non è sufficiente la riduzione del numero dei pensionati conseguente agli innalzamenti dell’età di pensionamento, così come previsto per il nostro sistema pensionistico, ma è altresì necessario un aumento corrispondente del numero di contribuenti, vale a dire si deve avere la capacità economica di  incrementare i posti di lavoro.

A scanso di possibili equivoci chiariamo che il passaggio al sistema contributivo non ha risolto il problema della sostenibilità del sistema pensionistico del nostro Paese, sia perché è tutta da verificare la futura capacità di incrementare adeguatamente i posti di lavoro che, secondo le ragioni teoriche sopra esposte, è necessaria per la sostenibilità anche di un sistema che sia già a regime, sia perché quello italiano è un sistema ben lungi dall’essere a regime - e rimarrà tale secondo le proiezioni ufficiali [1] per altri 40/50 anni - a causa del problema dello tsunami demografico di cui abbiamo parlato nel precedente editoriale del 18 novembre u.s. L’aumento di oltre il cinquanta percento del numero degli ultrasessantacinquenni nell’arco di poco più di venti anni è un problema drammatico per un paese che vede ridursi, a causa di una bassa   natalità, il numero dei cittadini in età lavorativa nello stesso arco temporale.

Senza addentrarci in questioni tecniche piuttosto complicate e poco conosciute è importante  sottolineare che nell’ambito del sistema di calcolo contributivo il discorso della sostenibilità e quello dell’adeguatezza debbono fare i conti con il tasso di rendimento riconosciuto ai contributi versati dagli iscritti, contributi che, purtroppo, per la quasi totalità del sistema obbligatorio non sono versati in alcun salvadanaio, ma sono immediatamente utilizzati, dopo essere stati abbondantemente integrati da trasferimenti statali, per pagare le prestazioni correnti. Il rendimento che in questo caso il sistema può riconoscere ai contributi è legato al tasso di variazione della massa salariale. Nel nostro Paese la massa salariale complessiva sconta gli effetti di una riduzione del numero dei lavoratori e di una bassa capacità produttiva, pertanto il suo tasso di variazione,  che può anche diventare negativo, appare difficilmente in grado di raggiungere livelli medi  positivi adeguati. Riconoscere ai contributi un rendimento più alto comporterebbe, necessariamente, un aumento del già molto elevato livello di aliquota contributiva: i sistemi pensionistici “saltano” se garantiscono rendimenti troppo elevati ai contributi.

In futuro torneremo sul discorso del rendimento, con particolare riferimento a quello - legato al tasso di variazione del Prodotto Interno Lordo (PIL) - che il sistema pensionistico italiano effettivamente riconosce sui contributi versati, oltre che sul discorso dell’impatto che tale rendimento ha sull’importo delle pensioni.

Per fronteggiare il problema dello tsunami demografico in modo tecnicamente efficace, ovvero in modo che il sistema pensionistico non cominci ad erogare a partire da un prossimo futuro “pensioni da fame”, non è sufficiente la realizzazione di un’adeguata politica di sviluppo economico occupazionale, ma è altresì necessaria anche la disponibilità di un’adeguata riserva patrimoniale (chi volesse approfondire tale aspetto sotto il profilo tecnico può consultare la pubblicazione di M. Angrisani “The logical sustainability of the pension system” ). Il patrimonio pubblico è l’unico strumento realisticamente in grado di fornirla e deve necessariamente essere assegnato a tutela del welfare presente e futuro, in particolare delle pensioni. Si tratta di un impegno da assumere con grande chiarezza. E’ un modo concreto per andare oltre le generiche affermazioni di tutela del principio di equità intergenerazionale. E’ necessario instaurare un vero e proprio contratto sociale tra le generazioni che parta da un’adeguata e documentata rappresentazione sia della spesa pensionistica futura e sia, fatto molto importante ma pienamente ignorato, delle entrate contributive future, in modo da potere valutare quali saranno i futuri  disavanzi del sistema pensionistico a carico della fiscalità. A tale riguardo è necessario che i due principali Enti previdenziali, Inps (dipendenti privati) ed Inpdap (dipendenti pubblici), forniscano le relative previsioni, adeguatamente corredate dalle ipotesi adottate. Tali Enti hanno al loro interno le competenze necessarie ad effettuare tali valutazioni.

Non basta che la garanzia di sostenibilità ed adeguatezza del nostro sistema pensionistico sia il frutto di opinabili e poco documentate asserzioni di esperti nostrani o europei, peraltro puntualmente smentite dai frequenti provvedimenti che si rendono necessari al contenimento della spesa, ma serve che lo Stato offra reali ed adeguate garanzie.

3-12-2011

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[1] Previsioni demografiche sulla popolazione residente, Istat, 2007-2051.

 


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